lunedì 8 aprile 2013

Teatralità, realismo…e sangue: i Grand Guignol Diabolique sono tornati.


A cura di Lucia Muolo
Il nome di questa band é Grand Guignol Diabolique. Tutte le altre cose non contano.” Questa è la prima frase che leggo nella presentazione di questa nuova band che andrò a recensire. Sento d’avere un’espressione stupita e interrogativa; il nome è altisonante, certo, ma perché mai tutto il resto non dovrebbe contare? Ancora facendomi delle domande, continuo a leggere le notizie a mia disposizione e già mi stupisce la lunga “carriera” di cui questo progetto è figlio: i GGD nascono a Bologna dalle ceneri dei “Beat Babol” (Bologna, dal 2001 al 2005), che hanno nella loro produzione ben 2 album (Stavolta Parole, 2001 e Anche Stavolta Parole, 2002). Come per ogni cosa che finisce, c’è sempre qualcosa che lascia traccia. E quest’ultimo lavoro, “Grand Guignol Diabolique II”, è il risultato del rimaneggiamento e della riscoperta di brani che l’autore compose per il terzo album in studio dei Beat Babol , mai prodotto, con l’impegno di lasciarne intatto il sound e le atmosfere. Ho difficoltà nell’approccio a questo lavoro, è la mia prima band con i testi in italiano e decido infatti di seguire il percorso al contrario: voglio leggere i testi, voglio capire se l’uso di giochi di parole e metafore nella presentazione è così sapientemente utilizzato anche in musica. Non mi sorprende notare che i testi sono una voragine impetuosa di attualità e sentimenti volti al parossismo che si trasformano poi in comicità, aprono ad un “umorismo tragico”: e ancora metafore, sillogismi, rime, intercalari.
Dopo lo sguardo veloce, ma non disattento ai testi, passo all’ascolto e il suono non tradisce, già dalla prima “Così sbagliato da sembrare giusto : suoni grezzi ma efficaci, una ritmica allegra a scandire parole che poco lo sono. Contrapposizione vincente. Procedo con “Secondogenito di padre sterile” e mi spunta il sorriso, nella mente corrono i richiami a Mio fratello è figlio unico e alla tradizione cantautorale italiana, sebbene il ritmo incalzante e il charleston “molle” se ne distacchino. “Dilemma è la terza track, le sonorità sono malinconiche e il pianoforte accompagna questo monologo triste. La “classicità” del brano viene interrotto da un’unione sofferente della batteria e della voce. La mia preferita! Passando a “La moltitudine” il ritmo si fa incalzante, le striature elettroniche mi ricordano dei vecchi lavori firmati Subsonica. In questo brano, come in altri, la voce sembra modificarsi in base alle parole. E’ una sensazione strana, sembra che il cantante non sia sempre lo stesso. Ed ecco l’allitterazione nel titolo della quinta traccia: “Vagina voragine”. Non è il brano che più mi entusiasma dal punto di vista del testo (tolto l’interessante verso che “recita“:mi guardi, mi turbi e mi, e mi scomponi) ma nel complesso è ben eseguita.
Hasta siempre Nostradamus ha tutti gli elementi stilistici di una canzone rock: riff di chitarra ripetuti e memorizzabili , la batteria ancora col charleston semichiuso e quindi particolarmente presente e il ritornello canticchiabile già dopo il primo ascolto. Ancora suoni elettronici piacevolissimi ad aprire la settima “Semisveglio”. L’esecuzione non si distacca particolarmente dal precedente brano, le sonorità sono tipiche di un rock italianissimo. Faccio una pausa per abbozzare la recensione e mi rendo conto del mio ampio uso del virgolettato: con un prodotto come questo non posso farne a meno.


Riparto con “H.A.R.D. e l’intro mi riporta alla mente un particolarissimo Gazzè, se non altro per l’estrosità che li accomuna stilisticamente. Comunque non si evincono particolari cambi di rotta nella scrittura musicale. La nona e penultima traccia è un brano strumentale, “Uno sciamano triste in perenne calore”. Il riff è riuscito e a questo si alternano dei suoni registrati che confondono, che danno spazio all’immaginazione e quasi aprono ad un personale ritratto del soggetto. Molto “teatrale”.

La chiusura dell’album è affidata alla melodia allegra di “Arpie alternative”. Non riesco a non muovere il piede seguendone il ritmo e appena finita la faccio ripartire, è piacevole e ancora una volta sono le parole a catturare grande attenzione: se al primo ascolto la musica è quella che colpisce per le numerose sonorità, i testi guidano totalmente la mente dell’ascoltatore alla creazioni di immagini e rappresentazioni.

Per gli amanti del genere una vera chicca da scoprire: affamati di verità, poesia e applausi. È ora che il sipario si apra per davvero su questo teatro colmo di parole e di “follia”.



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